
La cultura ainu attribuisce un significato speciale al numero sei. Sei è un numero iperbolico e sacro che ritorna spesso nella mitologia per indicare una ingente quantità, seppur indefinita. Per esempio, negli yukar trascritti da Chiri Yukie nel suo Ainu Shin’yōshū (1923), la dea del focolare domestico Apehuci indossa «sei vesti scarlatte allacciate e sei vesti slacciate»; o ancora, l’eroe Okikirmui combatte un demone e lo fa precipitare attraverso «sei inferni».
Se noi dividiamo l’atmosfera in troposfera, stratosfera ed esosfera, fino al vuoto dello spazio, gli ainu hanno applicato la sacralità del numero sei nella geografia della loro cosmologia: tuttavia, anche se si parla di “sei” livelli del mondo celeste, non devono considerarsi precisamente sei, ma molti.

Dall’ainu mosir alle sommità del cielo…
Ainu mosir è la terra, il piano esistenziale degli uomini. Da qui, alzando lo sguardo, la prima cosa che l’occhio coglie è urar kanto1, il “cielo nebbioso”. È il livello da cui giunge la foschia quando l’aria si intiepidisce all’arrivo della primavera.
Sopra urar kanto si trova ranke kanto (“cielo inferiore”), sezione che tocca le cime delle montagne, e ultimo livello a cui gli esseri umani possono salire; segue nis kanto (“cielo delle nubi”) nel quale vorticano nuvole bianche e nere, luogo che si dice sia dominio di Kanna kamui, il dio del fulmine2 padre dell’eroe mitologico Ainu rak-kur.
Più in alto si trova sínis kanto (“vero cielo”), ossia dove il sole e la luna sorgono e tramontano, sovrastato da nociw kanto, il cielo stellato.
L’ultimo livello è rappresentato dal rikun kanto mosir, letteralmente “il mondo celeste che sta in alto”. Questo è il dominio di Kanto-kor kamui, il dio che governa i Cieli, e qui risiedono i progenitori dell’umanità. È una dimensione che ha del paradisiaco: le foglie degli alberi d’oro e d’argento frusciano al vento, l’acqua dei fiumi si increspa in onde scintillanti.
… fino alle profondità della terra
Sotto ainu mosir si trova la terra dei morti, pokna mosir (“luogo in basso”): come nel mondo dei vivi ci sono montagne, fiumi e abbondante vegetazione e le anime adeguano la loro permanenza in accordo ai cambiamenti delle stagioni, proprio come facevano in vita. Ma nel pokna mosir tutto è a rovescio: quando nel mondo dei vivi è notte, per i morti è giorno; quando per i vivi è estate, per i morti è inverno e così via.
Il livello inferiore è il teine pokna mosir (“luogo bagnato che sta in basso”), in cui precipitano dèi malvagi e demoni una volta sconfitti, nonché gli umani che hanno commesso azioni esecrabili nel corso della loro vita. Chi finisce nel teine pokna mosir non ha speranza di rigenerarsi: si può quindi associare a una sorta di “inferno”, tuttavia togliendo dovutamente le accezioni culturali tipiche dell’occidente. Al mondo dei morti si accede attraverso le caverne disseminate ai piedi delle montagne nell’ainu mosir.
Se l’inferno giapponese (e non solo) è dominato dal fuoco, nell’inferno ainu è l’umidità ad affliggere i dannati: il fuoco infatti riveste un’importanza fondamentale nella vita quotidiana ainu, il focolare domestico era sempre acceso e Apehuci è forse la divinità tra le più importanti del pantheon. Il fuoco dunque affatto si presta all’immagine di tormento: è ben più terrificante la prospettiva di abitare per l’eternità un luogo privo di calore, buio e paludoso, in cui l’anima non ha alcuna speranza di redenzione.
1 In ainu esistono due parole per indicare il cielo: nis e kanto. Nis è il cielo propriamente detto, mentre kanto assume un significato spirituale, Cielo, se vogliamo, con la maiuscola, o “regni celesti”.
2 Kan-na significa “sopra”. Kayano Shigeru (1926-2006) spiega che gli ainu chiamavano il fulmine “drago”, perciò Kanna kamui per estensione potrebbe aver avuto l’aspetto di un drago.

