Il mestolo d’argento, il mestolo d’oro

di Orita Suteno (織田ステノ, 1902-1994)

Profilo

 Questo testo appartiene al genere degli yukar, canti epici della tradizione orale ainu in cui la narrazione è affidata alla voce diretta di un kamui (divinità o spirito). La storia non è raccontata dall’esterno, ma dall’entità stessa che agisce nella vicenda, secondo una prospettiva in prima persona che unisce narrazione, memoria e performance rituale.
 Uno degli elementi centrali è la relazione dinamica tra mondo umano, mondo divino e mondo naturale, concepiti come sistemi interdipendenti. Kotan-kor-kamui, il dio-gufo protagonista, non è un’entità distante o puramente benevola: agisce con emozioni forti e contraddittorie (orgoglio, rabbia, compassione), mostrando una divinità profondamente “relazionale”, che reagisce agli squilibri del mondo umano e naturale.
 Il tema dominante è quello dell’equilibrio cosmico e della sua rottura. La carestia nel mondo umano rappresenta una crisi che coinvolge simultaneamente tutti i livelli dell’esistenza. L’intervento di Kotan-kor-kamui, che prima prosciuga e poi ripristina il mare, non è un semplice atto punitivo, ma una forma estrema di riequilibrio che evidenzia la fragilità delle relazioni tra le diverse sfere del cosmo.

 Significativo è anche il ruolo delle altre divinità, come la ghiandaia, la volpe e lo scricciolo, che agiscono come messaggeri e correttivi morali. Interrompono l’isolamento di Kotan-kor-kamui e introducono un principio di responsabilità condivisa: la conoscenza della sofferenza umana non può essere ignorata.
 Dal punto di vista stilistico, il testo è caratterizzato da una struttura paratattica e iterativa, tipica della poesia orale: la ripetizione di azioni, formule e movimenti narrativi facilita la memorizzazione e rafforza il ritmo performativo. Il primo verso riporta il sakehawe, o “ritornello”, spesso intraducibile e che scandisce ulteriormente il poema, aiutando il narratore nella performance mnemonica.
 Infine, il testo si chiude con un ritorno all’ordine: la ricostituzione del mondo naturale e la riaffermazione del culto umano verso il kamui. Tuttavia, questa restaurazione non cancella la crisi, ma la trasforma in memoria che funge da insegnamento sull’importanza della reciprocità tra uomini, animali e divinità.

Sirokane pisakku konkane pisakku

Il mestolo d’argento, il mestolo d’oro

Tunoyake renoyake kuntumuke kamuimuyke kamuicikappo humhum
rikunmosir wa
ainu kotan
an epunkine kusu
an i ranke
ainumosir
kotan etok ta
kamui nupuri
nupuri tapka ta
poro itaya
an kar hine
orota an i ranke
oro yayunu
ainumosir
an kosiksuye
ainu utar
apunno oka
oka an ki na
ainu nispa utar
i ainukor wa
sake kar koonno
tuki etok ne
inaw etok ne
an i nomi
kamui or ta
iahunke an wa
“ainu utar
pirka epunkine
eci ki nankor
punkine pirka
an koonno
taa koraci
uainukor an na”
ari an pe
a ye kane
oka an hine
oka an awa
sine an pa ta
sirkanuye
kepuspenuye
a ki kane
oka an awa
sine an to ta
sirkanuye an
oka an awa
taa pawetok
eyami tono
puyar tapka ta
ek wa i kosakayokar
“pase kamui
sino kamui
ainu oka kuskeray
hoski tuki
hoski inaw
an e… an e nomi wa
e epakesar awa
ainumosir
kem us ki wa
ainu utar
tane opitta
ray kotom ne hike
nep e kar pe
e kar siri ene ne hi an”
ari no kane
eyami okkay
ca pawetok
i kosakayokar
maskiruy
ari yainu an kane
a kar pe
a nukar kane
oka an awa ne
eyami okkay
pasirota too
ikesuy wa isam
oka an
a kar pe
a okere rusuy kus
oka as awa
puyar san ka ta
kemakosne
taa pase kamui
i koiruska
“sonno enta
pase kamui
e ramupase
ainumosir
kem us ki wa
tane ainu kot
ainu utar opitta
an ronno wa
isam kotom
ray wa okerpa
kotom sirki hike
nep e kar pe
e eyaymoysak
siri ene an hi an”
ari haw’as
an i kosakayokar hike
maskiruy
ari yainu an kane
aspakisar
an i tutante
oka an awa
kamui ikesuy wa
isam wa
oka an awa
cakcak kamui
taa pawetok suy
i kosakayokar
“sonno enta
pawetok utar
usa an i toyye
i weyye hawe
ene an hi an”
ari yainu an kane
hepunpa an hine
ainumosir
a kosiksuye
sonnokaun
can supuya
patek an wa
supuya kur ka isam
kimatek an
“sonno iramkitta
po… tutko rerko
inkar an ka
somo ki kuni
a ramu awa
iramkitta
iokunnuka
nep irara wa ene
ainumosir
kem us siri
ene an hi an”
yainu an kane
kepuspenuye-p
an ukoraye
iyoype ka en
an ama hine
sirokane pisakku
konkane pisakku
a upsoroomare
terke an hine
ainu kotan
enka a kus hine
pis ta sap as
wen siante
wen’ikemnu
wen’iruska
a ki p ne kusu
sirokane pisakku
konkane pisakku
a sanke hine
sirokane pisakku ari
ekoypokun
atuynise an
konkane pisakku ari e…
ekoypokun
atuynise an hine
a upsoromare hine
wen siante
a ki kane
a kor cise
a kohosipi
nottesusu an hine
wen’ikemnu an hine
inkar an akus
atuy satsatke wa
usa oka
kikir ne yakka
atuy or ta okay pe
sukus cire
sumakoci wa
ukohotappahotappa
sirki ayne
repunkamui
hekoca hekoca kane
cis kane i koonkami
“pase kamui
wen an ruwe ne
nep kus ene an
weysanpe an kor wa
cep’atte ka somo a ki wa
ainu utar poroserke
ray wa okerpa
wen an ruwe ne na
pase kamui
cep’atte as na
atuy ene an koraci
kar wa i kore
pase kamui”
ari hawki kane
tane sampetoranne noyne
sinusinu tasmaktasmak kane
cis kane i koonkami
otusuy konna oresuy konna
i koonkami
“siknu cip’akasnu
i ekarkar wa i kore ki yan”
weysiante wen’iruska
a ki p ne kusu
nottesusu an wa oka an
yukkorkamui ka a koiruska
yukkorkamui ka
a pakasnu kuni a ramu awa
yukkorkamui ka
iwor kurka yuk cari
iwan iwor oske
too yuk ka uhoyuppare
sampeatnu kane okay pe
sinusinu kane
pet or ta ka sap
wakka ponno ponno
rura wa usampeatnuka
punki kane wa okay pe
wen’iruska wen’ikemnu an
kamui repunkamui cis kane
otusuy konna oresuy konna
cis kane i koonkami
“tapteuno tan weysampe henne
a kor na pase kamui
siknu cipakasnu
i ekarkar wa i kore”
ari an pe ne
pis ta suy sap an hine
wen’iruska a ki kane
sirokane pisakku
konkane pisakku
a sanke hine a ohare akusu
atuy ene an a hi koraci
poro atuy ne hine suy
hosippa an hine nottesusu an
wensiante wen’ikemnu
ainu kemnu a ki p ne kus
oka an akus repunkamui ka
sampeatnu hine
cep cari nay or ta
pet or ta cep ne a p uterkere
ka ainu utar a takare
“cep ka poronno
pet or ta nay or ta
oka ruwe ne orowa yuk ka
too iwor sikno uhoyuppare na”
ari an pe ainu utar
an etakare sampeatnu wa okay pe
payekapayeka wa
nep ka epa konno utemka rok ayne
ainu poroserke a ronno a korka
ponno ponno ainu nispa utar siknu
or wano ene iki hi ci koraci
iki rok ayne
sorekus tuki etok ne kamui
an i ainukor wa kusu
tane oka utar ka i ainukor ruwe ne

ari kotankorkamui
ainu kemnu uwepeker
ne ruwe ne na nu yan
oupekare wa nu yan
.

Tunoyake renoyake kuntumuke kamuimuyke kamuicikappo humhum
Dal regno celeste
discesi per proteggere
il villaggio degli uomini.
Nel mondo degli uomini
presso la sorgente del villaggio
sul monte degli dèi,
sulla cima del monte
fu costruita
una grande dimora di tavole
e lì discesi.
Lì mi stabilii,
e volsi lo sguardo
sul mondo degli uomini.
Gli uomini
vivevano senza affanni,
e anche io
vivevo sereno.
I capi
mi veneravano,
e quando preparavano l’askor1
la prima coppa,
il primo inau
li offrivano a me.
Fra gli altri kamui
dicevo:
«Proteggete bene
gli umani.
Se li proteggerete
con grande cura,
allora, così,
sarete rispettati
e venerati».
Questo
dicevo,
e questa era la mia vita.
Vivevo così
in un certo anno
lavorando
alle spade sacre,
intagliandone i foderi,
quando accadde qualcosa.
Un giorno
mentre
incidevo il fodero
giunse il più eloquente di tutti
il capo delle ghiandaie.
Sulla finestra
si posò e mi rimproverò:
«Grande kamui,
potente kamui,
grazie agli umani
tu ricevi
la prima coppa,
il primo inau,
e te ne compiaci,
tuttavia
il mondo umano
è afflitto dalla carestia
e gli uomini ormai
sono come morti.
Che cosa
stai facendo?»
Così
la ghiandaia,
l’eloquente,
mi rivolse parole dure.
“Che sorpresa”
pensai,
continuando però a osservare
la mia opera.
Al che
la ghiandaia
sempre insultandomi
se ne andò infuriata.
Io però
volevo terminare
il mio lavoro
e così proseguii.
Allora alla finestra
apparve il dio-volpe,
un kamui potente,
e sbottò così:
«Davvero,
come può un grande dio
essere tanto spensierato?
Nel mondo umano
è scoppiata una carestia
e gli uomini,
tutti quanti,
stanno per essere
annientati,
sono sul punto
di morire.
E tu,
a cosa ti stai
dedicando?»
A udire quelle parole
di rimprovero
pensai:
“Che sorpresa”.
Decisi di
fingere di
ascoltare.
Il dio se ne andò,
adirato.
Quindi
giunse il dio-scricciolo
anche lui kamui eloquente,
e mi rimproverò.
“Davvero,
sono tutti grandi oratori,
ma dicono solo
cose terribili
e irritanti…”.
Pensando questo
mi alzai
e guardai
verso il mondo degli uomini.
Avevano ragione,
si vedeva soltanto
un filo sottile di fumo,
non il fumo dei focolari.
Mi agitai.
«Incredibile.
Credevo di avere smesso
di osservare
per soli
due o tre giorni…
Impensabile!
Poveretti.
Chi mai ha causato
questa sciagura,
questa carestia
nel mondo umano?»
Mentre riflettevo
riposi
gli oggetti che stavo incidendo
li collocai
fra i tesori,
presi un mestolo d’argento,
un mestolo d’oro
e li riposi nello scollo della veste.
Mi levai in volo,
sorvolai
il villaggio degli uomini
e scesi alla spiaggia.
Provai
una rabbia feroce,
un’immensa compassione,
una tremenda indignazione.
Estrassi
il mestolo d’argento
e quello d’oro.
Con il mestolo d’argento
svuotai
il mare a ovest;
con il mestolo d’oro
prosciugai
il mare a ovest.
Raccolsi
i mestoli nella veste
e, ancora furente,
ritornai
alla mia dimora.
Voltandomi altrove
impietosito dagli umani
guardai ancora:
il mare era asciutto
e ogni
creatura marina,
vermi e altro,
bruciavano sotto il sole,
arrostivano insieme alle pietre,
si dibattevano disperati.
Allora
Rep-un-kamui2
contorcendosi,
piangendo, si prostrò a me:
«Grande dio,
la colpa è mia.
Per qualche oscuro motivo
ho nutrito cattivi pensieri
e non ho dato pesci agli uomini.
Così quasi tutti
sono morti.
È colpa mia!
Grande dio,
tornerò a dare pesci.
Fai ritornare il mare
com’era prima,
o grande dio».
Così dicendo,
quasi privo di sensi,
strisciando senza fiato,
tra le lacrime, continuò a venerarmi.
Due o tre volte si inchinò,
supplicando:
«Risparmiami almeno
la vita».
Ma io,
preso da collera e furia,
gli voltai le spalle.
Provai rabbia anche
verso Yuk-kor-kamui3.
Pensai di punire
Yuk-kor-kamui,
ma egli sparse cervi sui terreni di caccia,
e nei sei terreni di caccia
i branchi tornarono a correre.
Gli uomini che si erano
rimessi in forze
strisciavano fino ai fiumi,
a poco a poco trasportavano
l’acqua, si aiutavano a vicenda
e vegliavano uno sull’altro.
Io ero ancora colmo d’ira ma provavo pietà.
Rep-un-kamui, in lacrime,
due o tre volte ancora
s’inchinò davanti a me:
«D’ora in poi
non avrò mai più cattivi pensieri,
o venerabile dio.
Ti prego, risparmiami la vita»,
implorò.
Allora scesi nuovamente alla spiaggia
ancora arrabbiato,
presi il mestolo d’argento
e il mestolo d’oro
e ne versai il contenuto.
Il mare tornò a essere
l’ampio mare che era stato.
Tornai indietro e mi sedetti con fierezza.
Preso da rabbia e compassione,
impietosito dagli uomini,
vidi che Rep-un-kamui
riacquistò le forze
e sparse pesci ovunque:
nei torrenti, nei fiumi, i pesci sguazzavano.
Allora in sogno dissi agli uomini:
«I pesci sono tornati numerosi
nei fiumi e nei torrenti.
E anche i cervi
corrono di nuovo in tutti i territori di caccia».
Così feci dissi agli uomini
in sogno; coloro che erano in forze
camminavano qua e là
e dividevano con gli altri ciò che ottenevano.
Quasi tutti gli umani erano stati uccisi
ma alcuni sopravvissero:
E da allora, come un tempo,
continuarono a venerarmi
come il kamui della prima coppa.
Perciò anche gli uomini di oggi
mi onorano ancora.

Così parlò il dio-gufo
in questa storia, impietosito dagli uomini.
Ascoltate,
ascoltate bene.


1 Traducibile come “liquore”, si è preferito mantenere il termine ainu in traduzione per evitare riferimenti lessicali fuorvianti.
2 Divinità del mare, rappresentata con le sembianze di un’orca. A volte chiamata anche Rep-un ekasi (“il vecchio del mare”).
3 Divinità dei cervi e più generalmente della selvaggina, è il kamui incaricato di popolare le foreste di selvaggina così da garantire il successo nella caccia.

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