di Kawakami Matsuko (川上まつこ, 1912-1988)
Profilo
La trama di questo breve yukar, in sé, è relativamente lineare. Un kamui e sua sorella vivono in una grande torre presso il kotan di Otasam. Il dio promette la sorella a chi riuscirà ad abbattere un gigantesco peccio di Ezo: molti altri dèi accorrono per tentare l’impresa, ma falliscono tutti. L’albero si rigenera continuamente e chi prova a tagliarlo muore sputando sangue. A questo punto compare il protagonista (e il narratore), che si presenta sotto l’aspetto di un miserabile. Viene deriso, soprattutto dalla sorella, ma riesce facilmente ad abbattere l’albero. Dopo l’impresa, la donna è costretta a seguirlo e scopre che quel poveraccio era in realtà un kamui di rango superiore.
Tuttavia la forza non sta tanto nella vicenda quanto nel modo in cui viene narrata. Il testo è costruito quasi interamente attraverso ripetizioni formulari e gli stessi sintagmi ritornano continuamente: a una lettura moderna queste ripetizioni possono sembrare ridondanti, ma nella tradizione orale hanno una funzione essenziale. Servono innanzitutto alla memoria del cantore, ma soprattutto creano un ritmo ipnotico. Lo yukar non procede quindi per sintesi, ma per accumulo. Ogni immagine viene riaffermata, ripresa, fatta risuonare più volte finché acquista peso rituale.
Questo è particolarmente evidente nelle scene di movimento: quando il protagonista si prepara al viaggio, la narrazione rallenta enormemente: si veste, si lega la cintura, infila l’accetta, si sporca di muco, starnutisce ripetutamente. Dal punto di vista narrativo basterebbero poche righe, ma il testo insiste su ogni gesto: il tempo viene dilatato perché ciò che conta non è tanto l’efficienza narrativa quanto la trasformazione simbolica del personaggio.
Ed è proprio il protagonista l’elemento più interessante. Non appare come un eroe glorioso ma, al contrario, assume deliberatamente un aspetto degradato e ridicolo. Si traveste da povero, si rende fisicamente repellente, accetta l’umiliazione pubblica senza ribattere. Questa figura appartiene a un modello molto antico e diffuso nelle culture sciamaniche e nordasiatiche: il potente nascosto sotto apparenze miserabili. Il vero potere non si manifesta immediatamente; chi possiede autentica forza spirituale spesso si presenta come debole, sporco o marginale. In questo senso la scena della derisione è centrale. Gli altri dèi e soprattutto la sorella lo giudicano dall’aspetto esteriore. Ridono di lui, lo considerano insignificante, ma lo yukar costruisce lentamente un rovesciamento: il miserabile è l’unico veramente potente, mentre gli altri kamui apparentemente gloriosi sono impotenti di fronte a un albero sacro.
Anche il peccio ha una funzione simbolica molto profonda: non è semplicemente un oggetto da abbattere, ma lo si percepisce come un essere vivente dotato di potere divino che, quando viene colpito, fa sgorgare dalla ferita “acqua d’oro” che richiude immediatamente il taglio. L’immagine è straordinaria perché trasforma l’albero in un corpo sacro, e i kamui che lo aggrediscono frontalmente vengono puniti con una morte cruenta. Il protagonista, invece, riesce nell’impresa quasi senza sforzo. Dopo tutta la lunga preparazione rituale, bastano “due o tre colpi”, e questa sproporzione è deliberata: il testo accumula tensione per poi risolverla improvvisamente.
Il finale è volutamente ambiguo. Non c’è una celebrazione eroica, non c’è il trionfo, il protagonista stesso riconosce di avere esagerato nel mettere alla prova la donna. Alla fine semplicemente “vivono insieme”.
I due versi di conclusione, registrati da Kawakami in giapponese, sono tipici della tradizione orale ainu. Il narratore dice che si trattava di “un grande dio”, ma che il suo nome non è stato rivelato. Questo è importante perché nei sistemi religiosi animistici non nominare il dio significa preservarne la forza e mantenere il racconto in una dimensione parzialmente sacra. Nel complesso, questo yukar produce un effetto molto particolare: è insieme concreto e visionario. I dettagli corporei sono estremamente materiali — sangue, muco, starnuti, fatica — ma tutto avviene in un’atmosfera mitica.

Kaori
Il peccio di Ezo dorato
Kaori
Otasam ka ta
utureskor utar o
poro yakura
yakura or ta
oka wa ora
ene hawe an hi
“tapan an sunku
si poro sunku
tuye kur anak
akor turesi
akore kusu ne”
itakpa ki wa
tuyma hanke
inne kamui uwekarpa wa
tuypapa kusu
tawkipa kor
tawki uske wa
kane wakka
etukka ki kor
uciw wa isam
tawki a kamui
etuhu paroho
kem kus wa
ray wa hokus
ekamui’okere kor
oka siri
kamui kemnu
ikatciw kewtum
ayaykore wa
arpa an wa
inkar an kusu
yayetokoyki
wenkur amip
a mi wa ora
wen para kut aekutkor wa
wen kamanata
asitomusi
tapan tewano
arpa an kus ne wa
omke etor
ayaykotaci
esna etor
ayaykonina
esna esna
aki kor nesun
arpa an akusu
sonno ne po
Otasam ka ta
poro yakura
yakura or ta
oka wa ora
ene hawean hi
“ene oka kamui
inne kamui
ene oka kamui
innepa siri
arki hike ka
tuye niwkes pe
iyohaysitomare
ene okay pe
koohana
kisarkor kusu
ek siri an na.
tuyepa kuni
ramu pe hetap
iyohaysitomare”
iyupnekur
itakpa akusu
Otasam un mat
tures ne menoko
mina akusu
cotesusu
corewewe
iki kor an korka
somo anukar pekor
tu pa re pa
tanpaku a ku wa ora
teketoktopse
aki akusu
ne wa an pe po
oranpesiste wa
ikia menoko
ene yaykar hi ka
isam no mina koyaykus kor
an siri anukar kor
poro sunku
sunku ousi ta
nupuri sinne
ray wa oka kamui
oro ta arpa an wa
amosospa na.
anikanika
aotetterke kor
“hemanta sino
eci komokor siri
oka nankora
hopunpa ki yan”
itak an ki kor
amosospa akusu
tanepo mos pe
sikopayar wa
siknuyanuya pa kor
hopunpa wa isam.
okakehe ta
akor wen nata
asikoetaye
tusuy resuy
atawki akusu
sirosma humko
kewrototke.
iki akusu
pokas ka un minarusuy an
menoko cise esoyekatta kor
iyo cisoroitak hawe
“ewen kor yupi
awenkoryupi
usayne ka tap
katkor katu
oka wa ora
iyosserkere
ene an wen kamui or un
arpa an oasi”
itak pa ki kor
u rayciskar kor
an hawe anu kor
auncise or un
hosipian kusu
sioka urar a atte
aki wa ekan wa
auncise or ta
husko an pe asikopayar wa
an an akusu
neinne ne iki kamui
hunarpa kor oka.
anukare hi kusu
urar hecakare
aki akusu
an an uske
eramuan hine
i nea menoko
cis sike ki wa
ek hawe ene an hi
“awenkoryupi
katkor katu
oka wa ora
ene an wen kamui or un
ek an humi an na”
epapiror itak kor
at apaotki
amanpok pakno
kocotesusu wa
ahun ap ora
hetopo horka
ohorka hosipi
mintar or ta
ciskoesuttanke
ki kor an hike ka
somo anukar pekor
an an akusu
“ene an kamui
ne a ciki
kamui netopa
kar wa ek hike
iyoramsakka itak
somo ayep ne hike
hemanta kusu
ene po yaykar wa
ek wa ora
itak ne yakka
iyoramsakka itak
aye a p” ora
epapiror itak kor
an hawe as hike ka
hosari poka
somo aki no
an an akusu
ponno sinu
kanna sinu
sinusinu ayne
ahun wa ek wa
yaynu an hike asinuma ka
wen an a p sekor yaynu an wa
ene aye hi ka isam hi kusu
nen ka aye ka somo ki no
ukoyantone an wa oka an
っていう pasekamui isoytak っていうけど
その kamui の名前言わないのでわかんない。
Kaori
A Otasam vivevano
un kamui e sua sorella
in un’imponente torre,
in un’alta torre
abitavano.
Il fratello disse così:
«Se qualcuno abbatterà
questo grande peccio di Ezo,
questo enorme peccio di Ezo,
allora gli darò
mia sorella».
Così parlò
e da lontano e da vicino
si radunarono molti kamui.
Per abbattere l’albero
lo colpirono con le asce,
ma là dove colpivano
sgorgava acqua d’oro,
che subito richiudeva
la ferita del tronco.
E i kamui che lo colpivano
dal naso e dalla bocca
vomitavano sangue
e cadevano morti.
Vedendo
i kamui morire così,
provai pietà per loro
e nel cuore
sentii rabbia e amarezza.
Allora mi preparai,
andai
per vedere.
Indossai
vesti povere,
allacciai una cintura sciatta,
vi infilai
un’accetta miserabile.
E mentre
stavo per partire
mi appiccicai addosso
muco da tosse,
muco da starnuto,
e starnutendo
più e più volte
mi misi in cammino.
E davvero,
a Otasam,
c’era la grande torre,
la torre alta,
dove vivevano
il fratello e la sorella.
Essi dissero così:
«Tanti kamui
come questi,
innumerevoli kamui
come questi,
sono venuti
ma non sono
riusciti a tagliare [l’albero].
E questo qui invece?
Che insolenza.
Devono essergli arrivate le voci
ed è venuto anche lui.
Pensa forse
di poterlo abbattere?
Che assurdità!».
Così parlò
il fratello.
La donna di Otasam,
la sorella,
rideva
di gusto,
si piegava all’indietro,
si curvava in avanti.
Io però finsi di non vedere.
Fumai
due, tre boccate di tabacco,
mi sputai
sulle mani.
Quelli
mi deridevano,
e la donna
tratteneva a stento
le risate.
Io, vedendola così,
andai presso il grande peccio,
alle sue radici,
dove gli dèi morti
giacevano ammucchiati
come montagne
per svegliarli.
Li scossi,
li calpestai:
«Perché mai
state dormendo?
Su,
alzatevi».
Quando parlai così
si destarono,
come se soltanto allora
si fossero svegliati davvero,
si strofinarono gli occhi
e si alzarono.
Poi
estrassi
la mia misera accetta
e colpii l’albero
due o tre volte.
Il fragore della caduta
rimbombò ovunque.
Allora
la donna che fino a poco prima tratteneva le risate
saltò fuori dalla casa
e piangendo disse:
«Fratello crudele,
fratello orribile!
Che disgrazia,
andare da qualcuno
con un aspetto
simile,
da un kamui così povero,
con quell’aspetto miserabile».
Così lamentandosi
scoppiò in lacrime.
Udendo quelle parole
mi avviai
verso casa mia.
Dietro di me
stesi la nebbia,
e una volta a casa
ripresi a vivere
come prima.
Ma quel dio
mi stava cercando.
Quando dissipai la nebbia
per mostrarmi,
egli trovò
il luogo
dove abitavo.
E la donna,
portando i suoi bagagli,
arrivò piangendo
e disse: «Per colpa
del comportamento
del mio cattivo fratello,
sono finita nella casa
di un kamui tanto povero».
Mormorando tra sé,
sollevò fino alle travi
del soffitto
la stuoia appesa alla porta
ed entrò, ma
poi di colpo
tornò indietro.
Nel cortile
piangeva e
singhiozzava.
Io continuavo
a fingere di non vedere.
«Se avessi saputo
che era un dio così grande,
venuto nel suo
vero corpo divino,
non avrei pronunciato
parole tanto crudeli.
Perché mai
si è presentato
con quell’aspetto?
E anch’io
ho pronunciato parole
senza cuore».
La sentivo
mormorare così.
Ma io
non mi voltai neppure.
Allora
strisciò un poco,
poi ancora,
e ancora strisciò
fino a entrare nella casa.
E pensandoci bene,
anch’io capii di aver sbagliato.
Non sapendo cosa dire,
rimasi in silenzio
e vivemmo insieme.
Così raccontò un grande kamui.
Ma il nome non fu detto, perciò non lo conosco.

